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Immagini del corpo e dello stigma: il tatuaggio fra i giovani d’oggi. Una ricerca sul campo fra i giovani di Reggio Emilia
 Tesi di Laurea

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Antonia AngeliniChi è l'autrice
Antonia Angelini, laureata in Psicologia, indirizzo del lavoro e delle organizzazioni, ps. l’Università di Padova, Facoltà di Psicologia, Anno Accad. 1998|99. Voto di laurea :100\110, Tesi dal titolo: “Immagini del corpo e dello stigma: Il tatuaggio fra i giovani d’oggi. Una ricerca sul campo fra i giovani di Reggio Emilia”. 
Attività di tirocinio post-lauream svolta presso azienda Ausl di Modena distretto 1 di Carpi. Area Sociale e clinica (interventi di formazione nelle scuole con un progetto di Educazione alla Salute).
Partecipazione ai Seminari nell'area della formazione, svolti presso la sede Studio APS S.r.l. di Milano:
”Role-Playing e drammatizzazione”
”Lavorare in gruppo”
”Riconoscere e gestire i conflitti nei gruppi e nelle organizzazioni”
”Condurre gruppi di lavoro”
Diplomata alla Scuola superiore di Grafologia, Anno 2004-2005, tesi dal titolo:"La struttura del carattere dei giovani volontari operanti in “Gancio Originale”: un’indagine grafologica a partire da un campione significativo"
Lavora in maniera stabile presso Coop Consumatori Nordest nell’area Risorse Umane per la selezione e valutazione del personale: 
-selezione di curriculum e relativa catalogazione
-reclutamento
-colloqui di selezione
-prove di gruppo
-valutazione del potenziale
-colloqui motivazionali e di feedback
Ha incarichi occasionali di formazione e di consulenza:
-Nell’ambito del progetto di formazione continua del personale di TIL srl in collaborazione con Reggio Children
-nell'ambito dedi un progetto di Educazione all'affettività nelle scuole, in particolare presso l’IPSIA Galvani di Reggio Emilia

 
Disclaimer
La presente ricerca nasce da una curiosità personale, circa i significati che il tatuaggio assume fra i giovani d’oggi. Si tratta quindi di un tentativo di dare una risposta professionale ad una curiosità individuale, usando gli strumenti tecnici dell’antropologia urbana.
 
Sono partita, nel primo capitolo, da una disamina dei vari usi, delle varie funzioni che il tatuaggio assume nelle varie culture lontane e vicine a noi storicamente e spazialmente quali conseguentemente, siano le varie immagini culturali dello stigma, qui inteso, etimologicamente, come puntura, marchio, tatuaggio appunto.
Ho potuto constatare che in tutte le culture considerate le funzioni che solitamente il tatuaggio assume sono da riferirsi, da una parte, alla definizione dell’identità: personale, di genere, o – più genericamente – di appartenenza sociale e culturale; dall’altra, all’insieme delle varie cerimonie che accompagnano l’individuo nei vari precorsi di passaggio della propria vita personale: da una fascia d’età, da un ceto o da una condizione sociale ad un’altra. 
Ho potuto vedere che, in tutte le culture il tatuaggio si accompagna sempre a cerimonie sociali, condivise da tutta la comunità.
Parlare del tatuaggio però comporta anche parlare del luogo fisico sul quale il tatuaggio stesso viene impresso indelebilmente: il corpo umano. Poiché l’uomo non ha una percezione immediata del corpo, ma tende guardarlo attraverso le lenti della cultura, nel secondo capitolo ho cercato di vedere quali siano le immagini della corporeità che ci abitano, e quali possano, nella nostra cultura, avvicinare o allontanare l’individuo dalla tendenza a tatuarsi. 
Nel terzo capitolo ho affrontato, in termini generali, i temi metodologici connessi alla ricerca antropologica, ed in particolare come tali metodi - e in special modo quelli di carattere qualitativo - si siano adattati ai nuovi ambiti di ricerca dell’antropologia urbana. Ho cercato di descrivere infine i problemi metodologici incontrati nell’ambito della mia ricerca fra i giovani di Reggio Emilia, la scelta di un campione che mi permettesse di indagare anche il perché alcuni giovani preferiscono non tatuarsi, la scelta dell’intervista non direttiva in profondità, l’uso di un pre-test che mi permettesse di saggiare il mio sia pur generico modello di intervista, l’uso del materiale fotografico.
Il quarto capitolo parte da un insieme di precedenti ricerche svolte, sia in ambito economico che sociologico, nel territorio di Reggio Emilia e centrate, le prime, sulle trasformazioni strutturali che qui sono velocissimamente intervenute negli ultimi quarant’anni, le seconde, sulle trasformazioni, altrettanto rapide e sconvolgenti intervenute nel tessuto sociale della città, fra le varie classi sociali, nella struttura della famiglia, con la nascita di veri e propri nuovi profili di famiglia (quella prolungata, e quella ricomposta, in particolare), nella stessa definizione dei giovani, sia come classe d’età, sia nel loro rapporto con la città, la famiglia, il mercato del lavoro e il tempo libero. 
Nel riferire della ricerca vera e propria ho scelto dapprima, nel quinto capitolo, un criterio più descrittivo, mirante ad evidenziare, attraverso la voce stessa degli intervistati, quali sono le parti del corpo sulle quali di solito viene impresso il tatuaggio, quali le motivazioni a tatuarsi e a non tatuarsi, quale il momento in cui sia il tatuato che il non tatuato hanno sentito il bisogno di tatuarsi, quali il rapporto con il tatuatore, quali le sensazioni provate o immaginate nel momento del tatuaggio, ed infine il rapporto fra tatuaggio e gruppo amicale, famiglia, partner.
In un secondo tempo, nel sesto capitolo, ho cercato di definire le prime tracce di un discorso etnologico: cioè di passare da un discorso etnografico, descrittivo, ad un discorso più interpretativo. 
Sono riemersi a questo punto entrambi i versanti interpretativi usualmente usati per spiegare le funzioni del tatuaggio nelle culture altre: quelli legati alla crisi del passaggio all’età adulta ed ai tentativi di cerimonializzare il passaggio attraverso varie prove, fra le quali il tatuaggio è solo la parte di un tutto; quelli derivanti dalla perdita di senso che avviene nel giovane a livello identitario, e della conseguente necessità di darsi senso (anche) attraverso il tatuaggio.
Ciò che caratterizza precipuamente il tatuaggio fra i giovani d’oggi semmai è la totale assenza di momenti comunitari e condivisi che diano al tatuaggio quell’insieme di significati sociali che avevamo trovato in tutte le altre culture esaminate nel primo capitolo.
Si tratta, come dice Le Breton, di un rito intimo parallelo, e cioè di un rito di iniziazione privato, che serve ad affrontare le ansie e le angosce che intervengono nel nostro peraltro lunghissimo periodo di passaggio all’età adulta. Un rito privato cui manca la sanzione sociale da parte della comunità degli adulti, che nelle altre culture era prevista e, direi, garantita, permettendo ai giovani di quelle culture un più facile impatto con i problemi connessi alle trasformazioni corporee e mentali di questa fase.
Nell’ultimo capitolo ho riportato quanto emerge dalle interviste con i tatuatori reggiani: si è trattato di tratteggiare i profili dei quattro tatuatori reggiani, di riferire dei loro vissuti collegati con la professione, del rapporto con gli utenti, con la corporeità, e di cercare di delineare, così, gli elementi di fondo della bottega del tatuatore.
I tre allegati, infine, servono per illustrare il canovaccio delle interviste svolte, per raccogliere quelle fotografie significative che tatuati e tatuatori mi hanno voluto fornire, e per permettere una osservazione più ravvicinata di due interviste, particolarmente significative di un soggetto tatuato e di uno che ha scelto di non farsi tatuare. 
 
Termino questa premessa porgendo i miei ringraziamenti ai trentadue giovani che hanno voluto rispondere alle mie domande e soprattutto ai quattro gentilissimi tatuatori reggiani: Tony Messina, Lauro Paolini, Antonella Tambakiotis ed Elisa Vaccari, che hanno voluto prestarmi una parte del loro tempo per fornirmi aiuto materiale (libri altrimenti introvabili, fotografie, libero ingresso nei loro atelier) e notizie, per me preziose, sull’arte del tatuaggio.
 
   
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