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Click
di Valerio Versace
Ogni riferimento a cose, persone, o fatti realmente accaduti è puramente casuale, forse.
Click.
La mia è una pietanza senza alcun sapore, dopo l'effimero dolce dell'illusione e il denso amaro della rassegnazione, dell'abbandono, del riconoscimento del fallimento. Click. Nonostante tutto, la sua natura rimane simile a quella di un dente malato: se ci pensi, se lo sfiori, torna a dolere. Click. E il dolore, come il tempo, è fermo; tutto va però svanendo, quando alla fine neppure il dolore della propria situazione rimane. Click. A quel punto è davvero la fine.
Domani ho quell'interrogazione importante, ma in fondo ora poco m'importa. Una vite lenta stride, lo sguardo cade sul libro, chiuso. Click.
Potrei studiare. Forse mi guadagnerei un voto decente, ma non ne ho voglia: so che non mi alzerò facilmente da questa sedia. Chissà che ore sono... non ho voglia di controllare, spero solo che tutto questo finisca.
Sono anni che tutti i giorni cado come uno sciocco in questa spirale di vuoto. Ogni giorno, la noia piazza la sua esca, alla quale io corro felicemente incontro: se solo aveste visto anche voi quant'ero felice di tuffarmi in questo stato di nulla fino a... diamine, non saprei da quante ore sono qui; ma un'ora di tempo apparente non è diversa da due. Il tempo... quello vero, voglio dire, è fermo. A volte mi chiedo quanto sono idiota, quando mi comporto così. Adesso non mi va di pensarci. Forse ho un po' di sete; una luce lampeggia, la sete passa. E' da un po' che quella clessidretta è ferma e la barra non scorre. Qualche uccello cinguetta sul balcone alla mia destra; non credevo che mi sarei voltato a guardarlo, ma a quanto pare l'ho fatto. Tanto non si vede, sembra che fuori sia già buio. Lo sguardo torna sul libro e ci parla, ma io non li riesco a capire molto bene. Non che mi interessi, comunque. Qui è proprio bloccato, non mi resta che riavviare. Click. Lui s'è riavviato, perchè non posso farlo anch'io? Domani in fondo sono inter...
""E' pronta la cena!""
Scendo lentamente quelle scale che mi hanno recapitato il messaggio, dopo avere sonnecchiosamente lasciato la sedia a se stessa, mentre lentamente avviene il riavvio.
Neppure ricordo cos'ho mangiato per cena: ne avevo bisogno?
Quanto gridano questi... se non fosse lontano abbasserei il volume; cavolo, quanto è lontano. Ad ogni modo, il discorso è davvero noioso. Gente che piange, e si dispera... secondo me fanno finta. Gente che parla e dibatte... per cosa si danno tanta pena? E il tempo non passa.
Il computer è acceso.
Così la televisione.
Ma cosa ci faccio qui seduto come un imbecille? Mi alzo, prendo il telecomando e spengo la TV. Anche il computer smette di ronzare. Ho poco tempo, ma non sarò così stupido da buttarlo. Porto il libro in camera mia, lo appoggio sul comodino e corro a lavarmi la faccia. Non riesco ad essere sveglio come vorrei. Me ne frego, la situazione non è delle migliori. Il sonno impugna la lancia, sale in arcione e mi insegue: la sua velocità va in crescendo, come la forza del suo impeto; venderò cara la pelle. Leggo, leggo e memorizzo. Credevo sarebbe stata un'aspra lotta lunga e angosciosa, che mi avrebbe lasciato solo con tanta amarezza. Mi ero sbagliato. Sicuramente il fregio di Pergamo è più interessante delle faccende di Maurizio Costanzo o di un computer lento a spegnersi. Lo studio continua, ma il vigore del cavallo del sonno cresce, mentre la mia lucidità rallenta, incespica e cade. Di fianco a me, morto, giace il fallimento, avversario subdolo, ma lodevole per la sua tenacia. Oggi sono stato io il più forte, mio antico rivale.
Buonanotte.
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