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Segreto
di Penny
Scrive la lettera con un vigore quasi violento. Riempie velocemente il foglio, fino alla fine, scrivendo fitto. La grafia di un pazzo. È pazzo lui? Se lo chiede e decide di no, il che comunque non gli importa. Anzi, forse sarebbe anche meglio se fosse pazzo, almeno avrebbe una giustificazione – una scusa – per la sua disperazione…invece neanche quello gli è permesso di essere. Semplicemente è disperato. Ma non c’è poesia nella disperazione. Niente poesia, niente significati ulteriori, niente profondità ma solo la nuda e cruda realtà. La cosa lo atterrisce.
Rilegge la lettera; non arriva neanche a metà che la strappa, in modo frenetico ma anche, mio Dio, controllato. Sapeva che l’avrebbe fatto prima ancora di scrivere l’ultima parola, sapeva che l’avrebbe buttata via…perché le cose che ha scritto sono così banali, così ovvie, così inutili. E poi nessun essere umano riuscirebbe a leggere quella scrittura, sembra il grafico di un elettrocardiogramma.
Ci sono talmente tanti fogli sparsi in giro che ormai la stanza sembra fatta di carta.
Così non va, così non va. È che non sa cosa scriverle per spiegarle il suo dolore, la sua disperazione e – santo cielo! – la sua pazzia. Perché sa che se non riuscirà a scriverle, a esprimersi, a sfogarsi allora esploderà…e dato che un uomo non può esplodere, diventerà pazzo. È già sulla buona strada.
Prova a mettersi calmo, a ritornare con la mente lucida. Lei non si merita il peggio di lui, non più almeno. Nove anni passati insieme, finchè lei se n’è andata, finchè lui non ha capito che con lei non ci stava solo per riempire un qualche vuoto che pensava di avere nella sia vita di essere mortale, perché adesso, adesso che lei non c’è più, lo sente, il vuoto. E lo sta risucchiando. Una storia come centomila altre. Proprio niente di eccezionale.
E adesso lui scrive, o almeno ci prova. Adesso lui scrive, poi strappa e ricomincia. Non le vuole chiedere scusa – per carità! È ancora dell’idea che gli uomini non debbano farle queste cose – ma le vuole spiegare, sente che glielo deve in qualche modo. Spiegarle il suo vuoto, dentro, spiegarle il suo male al cuore, come se sanguinasse, e le sue lacrime, che non aveva mai versato per nessuna. Ma le parole non possono spiegare un vuoto, il colore rosso non indica il sangue e anche se le lacrime sono liquide e trasparenti come l’acqua, il sale della loro tristezza non lo puoi trovare in nessun altra cosa.
E allora fa così: getta via la penna mentre prende un nuovo foglio, bianco e immacolato. Non ha smesso di piangere neanche un attimo e ora le lacrime che gli rigano il volto fanno piccoli segni sul foglio nuovo. Irregolari, sparsi, ma inconfondibili. E prende il cutter e si incide il palmo della mano e fa cadere qualche goccia sul foglio che ora non è più così bianco.
Ecco fatto: vuoto, lacrime e sangue. Disperazione e dolore. E vuoto, vuoto, vuoto.
Non si medica la mano, non gliene importa. Piega il foglio, lo mette nella busta, la chiude, scrive l’indirizzo e la lascia lì sul tavolo. Poi se ne va a letto… Senza curarsi la mano. Forse ora è veramente pazzo.
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