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Quella matta della Fra e il suo viaggio metafisico
di Notar89

Francesca era una ragazza molto carina. Bel fisico, piccolo, minuto. Gambe nervose e, si dice pelose. Il corpo snello, si allenava calciando un sacco da boxe ed era molto bello perché anche il sacco si allenava. Più o meno le dimensioni erano le stesse solo che lei pesava meno. Quando era in casa in genere la trovavi in calzini, braghette e maglia delle Spais Girls di quando aveva nove anni. Tre taglie più grossa di lei. Era difficile che dopo i primi tre minuti non dicesse qualche vaccata. Probabilmente si scoperchiava completamente la pancia con aria ebete e diceva di essere grassa. Oppure si gettava sul divano a divorare patatine e nutella. Rigorosamente assieme. La sua caratteristica era di essere talmente minuta che tutte le sue bellezze risultavano concentrate a un punto tale che da qualsiasi parte la si guardava trasudava sesso. Molti ricordano di avere avuto bisogni irrefrenabili di masturbarsi avendo scorto il suo cappello alla pantani mentre guidava contromano sulla statale. 
Lei pareva non sapere della sua acutissima bellezza e infatti aveva avuto lunghi periodi in cui si era convinta di essere presa in giro perché la gente osservandola non le faceva domande sconce. Aveva due grandi progetti di vita. Diventare l’ultima reazionaria cattolica razzista federalista e sposarsi con un disgraziato dal quale avrebbe avuto sette figli. 
La Fra non era molto acuta nella sua analisi del mondo perché tutto ciò che pensava era basato sul preconcetto epicureo. Per esempio coltivava la forte convinzione che nella seconda repubblica esistesse ancora la Dicì e che Gesù Cristo avesse provato con forza a schiodarsi dalla croce senza successo, pensava poi che la tolleranza religiosa andasse mantenuta solo in caso di cristiano-giudaici. Si dice che fosse il prete del paese a coltivare la sua ignoranza in materia cattolica perché aveva una perversione per le station wagon. La sua era grigia, lunghissima, per parcheggiarla effettuava cinque manovre proibitissime dal codice della strada. Una volta la si vide parcheggiare a esse nella sagrestia. Si dice che da allora il prete non potè più frenare il suo feticcio. 
 
La Fra si definiva una bambina. Diceva che la sua età si era bloccata da quando era piccola, per questo in parrocchia aveva deciso di fare l’educatrice dei bimbi. Li conosceva tutti e comunicava con loro in modo fantastico. Diceva due cose che è difficile che una persona dica di se stesso, cioè di essere una matta e di amare il riso. Provate a trovare qualcuno che si definisca dicendo che piace lui ridere. Il riso è una cosa tanto sottile, nessuno lo esalta come qualità. Questa era la Fra, la dea della follia. Una pazza. C’è bisogno di un libertino per dire che anche nel riso c’è verità? Che “ridentem dicere verum”.. Eppure molte politiche si fondano sul riso; il comunista saprà che la satira è un’arma molto forte, e sarebbe difficile ribaltare tanta verità in un discorso da palco. Invece la Fra, sicuramente era di quelle persone che sono buffe, ma senza saperlo. Forse madre natura quando l’aveva plasmata con quel corpo da burattino femmina, aveva fatto sì che nella sua vita capisse sol
o la metà delle cose indaffarata come era ad affermare il suo carattere nonostante le dimensioni e quindi vivesse una vita diversa. Diversa perché era bellissima, diversa perché era minuta, diversa perché era come era. E così si rendeva buffa inconsapevolmente. Già qui si capisce che in una filosofia fenomenalistica la Fra descritta in termini di ente - Quindi si cominci a sbucciare tutta quella rude scorza che è la carne – era una persona sicuramente originale. Una persona con una mentalità molto definita nella sua scelta di essere unica, sempre uguale a se stessa e sempre fedele al suo libero spirito. Libero spirito forse allude a una volontà, willness che si fa in senso radicale libertario di fronte a ogni esperienza sensibile, ma non per questo schiava del nichilismo, cioè sempre disposta ad accettare tutto. Anche l’ateo ha un’etica, anzi l’ateismo è etica. La Fra era libera nei limiti di se stessa cioè libera di essere sempre uguale a sé stessa.

La Fra chiese aiuto e chiese aiuto a se stessa, sicchè parte del suo es si ripiegò in un superes che la accoglieva. Allora cominciò ad approcciarsi a questo nuovo mondo, solo che non potendo accumulare esperienza mediante i cinque sensi cominciò a leggere libri di filosofia. Perché anche la psicologia è una scienza umanistica e filosofica.
Cominciò a leggere. Fece in modo di sentire come voce quelle che normalmente chiamiamo ossessioni, le amplificò e le modulò a piacere come in una fantasticheria, sicchè ogni cosa che voleva fare gliela suggerisse la voce. Poi pensò: - ma io normalmente non sento queste voci, queste sono cose da un ossessocompulso!- allora smise subito e provò a fare l’opposto. Provò a fare finta di chiudere gli occhi e concentrarsi sul suo respiro. I buddisti insegnano che è molto facile ripulire la mente da ogni pensiero se ci si concentra su un punto o sul proprio respiro. Insegnano che questa è una tecnica che permette di controllare perfino i pensieri, infatti questi si affacciano da un lato della mente e scompaiono dall’altro, si affacciano e scompaiono come sottili fili che scorrono su un telaio di vacuo. La Fra passò dalla nevrosi allo stato di quiete, riconobbe che erano i due estremi in cui sarebbe potuta capitare in tutta la vita. Sicuramente nell’affermare la sua pazzia, conosceva poco cosa fosse la malattia mentale e infatti non aveva mai voluto andare dallo psicologo. Provò prima di tutto ad affermare il primo stato, la nevrosi.
 
Era quello che le dava più sicurezza, i pensieri erano talmente forti che li percepiva come voci, la sua mente era la finestra di un dialogo. Si rese conto che in questo stato le emozioni duravano di più, nel senso che era difficile staccarsi completamente da un’emozione. Chissà cosa sarebbe successo con una emozione sbagliata, le fece eco un pensiero intrusivo. Si rese inoltre conto che aveva tendenza a muoversi per -ismi. Di tutto quello che leggeva la affascinava il fascismo, il comunismo, il nichilismo anarchico, ed era portata a ritenere ipocrisia tutto quello che stava in mezzo. La mente apprendeva molto velocemente, ma aveva difficoltà a fare un discorso senza cadere in enfasi. 
 
Poi passò allo stato di meditazione, da prima fu molto sorpresa che semplicemente definendo la sua mente riusciva ad esprimere qualunque concetto. Inoltre le parole da dire venivano in mente come per magia, senza che le trasportasse nessuna emozione. Non aveva il tempo di fingere di rifiutare alcuni pensieri. Tutto sembrava bello e puramente concettuale, riusciva a muoversi con estrema abilità nel campo della mente. Subito sentì un forte senso di unione con tutto quello che le era capitato in vita e un grosso senso di rigetto per le ideologie che credevano di cambiare il mondo, laddove la forza di un ideale le apparve la sua stessa debolezza. Solo con l’uomo e la felicità si riuscivano a cambiare il mondo.
 
Si rese conto inoltre che le era impossibile definire l’esistenza degli altri, ma anche negarla, così come le era impossibile definire chi fosse se stessa. Capì che il vacuo attorno a lei era lo spazio tempo minkowskiano e non si sorprese di trovarlo uguale dentro la mente, in fondo tutto ciò che noi pensiamo lo pensiamo con la mente, dentro alla mente. Lo spazio era vuoto e totipotente. Eppure Eraclito aveva completamente sbagliato. La mente non è un terreno infinito, è limitato.
E proprio perché la mente è un terreno finito è meglio che ciascuno trovi la propria strada ovvero quella strada in cui si identifica e che permette lui di combattere se stesso. Per esempio aiutare i matti è una strada in cui ciascuno di noi può identificarsi per analogia e può lottare per arrivare a un fine comune. Sconfiggere la nevrosi con la meditazione. La Fra amava i bimbi quindi il suo fine poteva essere identificarsi con una bimba e rimanere sempre uguale a se stessa vivendo con gli stessi fini e scopi dei bimbi.

   
   
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